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    Prigione di Don Giulio

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Le prigioni

Inevitabile corollario dell’originaria funzione militare e repressiva del Castello furono le prigioni che nei sotterranei ebbero un’inespugnabile e tetra ubicazione.
Qui non vennero rinchiusi i detenuti comuni, normalmente destinati alle carceri cittadine del Palazzo della Ragione, bensì personaggi d’alto rango o, comunque, prigionieri sui quali gli Estensi intendevano assicurasi una particolare sorveglianza.
Negli interrati delle torri è possibile ancora oggi scorgere, graffite sui mattoni delle pareti, le scritte tracciate dai reclusi a memoria della loro infelice sorte.
Queste segrete, come ricordano le cronache antiche, furono teatro della tragica fine di Ugo e Parisina, i giovani amanti decapitati in fondo alla Torre Marchesana. Erano rispettivamente figlio e moglie del marchese Nicolò III, entrambi ventenni quando, nel 1425, vennero condotti al patibolo.
Si legge nel Diario Ferrarese di anonimo:
«MCCCCXXV, del mese de Marcio, uno luni, a hore XXIIII, fu taiata la testa a Ugo,
figliolo de lo illustre marchexe Nicolò da Este, et a madona Parexina,
che era madregna de dicto Ugo; et questo perché lui havea uxado carnalmente con lei.
[…] Et furono morti in Castel Vechio, in la Tore Marchexana:
et la nocte furno portati suxo una careta a Sancto Francesco et ivi furno sepulti».
Per un gesto di pietà, riconducibile forse allo stesso “gran marchese” Nicolò, sul luogo dell’esecuzione capitale venne realizzato un affresco di soggetto sacro: una Madonna con il Bambino tra i santi Giacomo e Antonio, il cosiddetto “Trittico della decapitazione”.
Meno cruenta della vicenda di Ugo e Parisina è la storia legata alla “Prigione di don Giulio”, un’impenetrabile cella ricavata all’interno della Torre dei Leoni, dove furono rinchiusi nel 1506 don Giulio e don Ferrante, fratelli del duca Alfonso I. Condannati a morte per aver attentato alla vita del duca e dell’altro fratello, il cardinale Ippolito, essi ebbero commutata la pena nel carcere a vita, da scontarsi nelle prigioni del Castello: Ferrante vi trovò la morte dopo trentaquattro anni di reclusione, mentre Giulio fu graziato nel 1559 all’età di 81 anni. Le cronache dell’epoca ricordano lo stupore dei ferraresi nel vedere il nobile vecchio, ancora vigoroso, circolare per le strade della città abbigliato alla moda di cinquant’anni prima.
Fra le vicende collegate alla storia delle prigioni del Castello non si può dimenticare quella di Gigliolo Giglioli, brillante giureconsulto e capitano di Reggio, che mentre godeva dei più alti favori del marchese Nicolò III venne improvvisamente messo agli arresti con l’accusa di tradimento. Era il 17 gennaio 1434 quando il trentenne Gigliolo, esponente di un’antica e nobile famiglia ferrarese, veniva condotto nella più orrida delle prigioni, all’interno della Torre Marchesana detta di San Michele, da cui prenderà il titolo l’operetta o “comediola” Michaelida, che Gigliolo compose nei tredici anni passati nel «fundo di torre».
Prigioni del castello Estense
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